In gita

In gita

In gita 890 423 Gianluca Fiusco, direttore

Sono andato e sono tornato.
Sono andato in viaggio, anzi no, in gita. Sono andato in gita con i bambini delle Scuole che, tra altre attività, dirigo. C’erano tutti, quasi tutti. Dalla prima alla quinta primaria (elementare). Poco meno di un centinaio, insegnanti comprese. 
Sono andato. È stata una faticaccia: sorrisi, bronci, qualche euforia di troppo, commenti divertenti, storie, domande. Insomma, ci siamo divertiti.
Sono andato. E sono tornato. Stanco. 
E penso alle insegnanti che con loro passano giorni interi.
Perché badare a tanti bambini e tante bambine è difficile. Badarci sul serio, intendo. Cioè intrattenersi con loro, rispondere alle loro domande, ascoltare le loro riflessioni, osservarli mentre giocano ed intervenire un secondo prima che si facciano male.
Anche quando stai semplicemente a guardarli, i bambini, è impegnativo.
E i bambini si abbracciano. Senza un motivo apparente. Si abbracciano. Si vogliono bene. Si stringono forte. 
Non conta se maschietto con maschietto o femminuccia con femminuccia. La malizia dei bambini è ad un livello diverso. La loro malizia è la consapevolezza del male quando è sul nascere: uno scherzo esagerato, una paura che non ha ancora trovato voce.
I bambini si abbracciano. Senza un motivo definito, né dichiarato. Si abbracciano perché si vogliono bene, perché si sentono simili, perché si fidano. 
Si abbracciano e ti domandano: perché voi adulti non vi abbracciate, che c’è di male?
Sono andato in gita, oggi. Sono andato e sono tornato. Ho assistito ad un frammento di bene, agli abbracci dei bambini. Senza un motivo apparente. Senza una ragione che gli adulti richiedono come contropartita per ogni gesto d’affetto. 
Sono andato e sono tornato. E mi porto appresso quei volti e quegli abbracci. Senza un motivo apparente, se non l’unico che conta: volersi bene e dimostrarselo.